venerdì, 06 novembre 2009

 

Ho sempre agito seguendo il mio istinto, nella convinzione che l'egoismo fosse la forma più nobile di cui l'altruismo possa rivestirsi. Sono dominato da passioni torbide, e da interessi contingenti che ho imparato a nascondere e dissimulare molto bene. Ho amato, e sono stato riamato, e nel far ciò ho dato tutto me stesso, ma solo nella misura in cui l'altri riequilibrasse le mie lacune, e mi desse affetto e piacere secondo i miei bisogni e i miei desideri. E ho sempre avuto paura. Paura di perdere il poco che avevo, di soffrire, di essere abbandonato ai miei fantasmi e all'inferno emozionale che mi porto dentro. Perché - solo ora me ne accorgo - io sono sempre vissuto in un orrendo buio di palpiti, in un regno gelido e oscuro dove solo l'autocompiacimento ha dimora. Ho camminato tormentandomi, con il mutismo di chi altro non può fare se non risolvere le proprie contraddizioni in un pianto disperato. Ora sono solo, privo di aspettative, cinico, disincantato. E non ho neppure il coraggio di togliermi la vita! Che disdetta, eh?
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venerdì, 06 novembre 2009

Cammino qui, sul lungomare di Molfetta, dopo un Calvados e in compagnia di un Rafael Gonzalez davverò profumato, rammaricandomi della mia libertà, come per un’improvvisa resipiscenza. Vorrei stringere qualcosa di unico tra le mie braccia, e invece accanto a me ci sono solo gli schizzi spumosi di un mare grigiastro e sporco. Scintillano, talvolta, come se fossero perle gettate sull’asfalto brunito. Entro nella basilica dei SS. Martiri, mi inginocchio, prego: nulla di puro è nel mio animo, eppure mi piace crogiolarmi nell’attesa di un miracolo imminente, e di cui pure io riconosco l’assenza e la vacuità. Mi soffermo davanti alla cinquecentesca "Madonna del Rosario" di Nicola Damasceno, chiedendo una blasfema ispirazione all’oscurità che la avvolge, che mi avvolge. Vorrei che le mie dita vagassero dentro lo stesso silenzio, come in un corpo di donna, o come – con dolore – per un fremito di pioggia.

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venerdì, 06 novembre 2009

Questo giorno gelido mi cade addosso come un macigno, o come un demone nascosto nel buio più profondo: è un'insipida, riscaldata minestra di palpiti, un lontano sfavillio d'amore o di sesso, che tu lo neghi e lui, incurante delle tue grida, viene a morderti la carne ancora una volta. Ed è come se io avessi briciole di morte fra i denti, o cenere riversa sotto le palpebre, io, che mi considero solo una foglia addormentata che le forbici del vento tagliano, in quest'aria tersa di fine inverno, io, che non riesco ad esaudire un mio mistico desiderio, perché forse esso è falso, come un obolo senza valore. Lottare? Sognare? Ultimare l'impossibile scalata all'inaccessibile picco del mio sconforto? Non lo so, io so solo che ho il cuore striato di sangue, e sento in me - come un pugnale conficcato nelle carni - tutta intera la colpa di vivere.

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giovedì, 05 novembre 2009

Anch'io, nel fango, ho visto Dio. L'ho visto negli occhi silvani delle donne, nel canto straziato che compongo solo per adulare il destino, negli amori dai molti me stessi mai consumati. Ho visto Dio, nel fango, come un guerriero timido che anneghi nella trincea della vita, uccidendo il tedio che cerca - giorno dopo giorno - di consumarlo. Anch'io, nel fango, ho visto Dio.  

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